Essere 60+ significa anche questo: guardare l’orizzonte, vedere il sole calare verso la linea d’ombra e capire che il tramonto è anche la metafora della nostra vita.

Tutto va bene finché non ci accorgiamo che la nostra salute fisica e mentale non è più quella di un tempo, e che al mattino, con il caffè, il numero delle pilloline da assumere aumenta.

Niente di drammatico, beninteso, ma a questo si aggiunge quello, a quello quest’altro, a quest’altro quell’altro ancora, e la paura di non farcela cresce ogni giorno.

Marianna in passato, come molte amiche già sanno, ha attraversato una prova tosta, ma veramente tosta, eppure ne è uscita “quasi” indenne (se non, forse, in una parte dell’anima).

Eppure, oggi non è lo stesso di allora…

Ricordo che dopo la tranvata, uscita dalla fase clou, mi sono sentita ancora giovane, piena di vita, piena di progetti…mentre adesso sono spesso malinconica, consapevole che per bene che vada il tempo fugge portandosi appresso quello che resta di me…

Non bisognerebbe lasciarsi andare alla malinconia, lo so.

Bisognerebbe reagire e credetemi, non è che non ci provi, ma spesso mi trovo a pensare che le cose che mi circondano, la mia casa, i gioielli che indosso, persino i tegami della cucina, continueranno ad esistere anche dopo di me, mentre a me quel tempo, che vorrei continuare a dedicare alle cose belle ed ai miei affetti, ad un certo punto non sarà più dato.

Non sono mai stata tipo da chiodo scaccia chiodo, non riesco ad impedirmi di pensare, né mi ha mai aiutato distrarmi o iperattivizzarmi per alleggerire la mente. Sono così, devo arrivare fino in fondo, per cui davanti a me ho solo una alternativa: sedermi e contemplare lo spettacolo del sole che scende, godendone anche la spettacolare bellezza.

Ecco, sono seduta in riva al mare.  Il tepore del giorno è svanito e comincia a fare un po’ freddo. Mi abbraccio le ginocchia e guardo l’astro che pian piano si inabissa. E’ tutto un tripudio di colori: il cielo da azzurro diviene blu cobalto. Il bianco delle nuvole trascolora in pennellate di rosso e di arancio. L’acqua, quasi immobile e con piccole onde silenziose che lambiscono delicatamente la riva, si muta in oro liquido.

E mentre il sole scende, scende, scende, dall’altra parte del cielo diviene visibile la prima stella della sera.

Improvvisamente ho paura. Io non voglio vedere il momento in cui scomparirà dietro il mare. Non voglio. Il dolore è troppo.

Allora la mia mente evoca una nebbia pietosa, ed eccola: fine, impalpabile.  Scende e si addensa pian piano. Copre ogni cosa ed ogni suono, e mi impedisce di guardare laddove non voglio vedere.

E tu, nebbia,

Nascondi le cose lontane, /nascondimi quello che è morto! /Ch’io veda soltanto la siepe/dell’orto,/la mura ch’ha piene le crepe/di valeriane./Nascondi le cose lontane:/le cose son ebbre di pianto!

(G. Pascoli, Nebbia, da “I canti di Castelvecchio”)