Mai lamentarsi, mai spiegare, mai scusarsiElisabetta, la regina dell’anti-lagna e noi

Prima per caso e poi per senso del dovere, ha imposto con il suo esempio un modello femminile (rarissimo allora e figuriamoci oggi) di donna che fa come le pare ma senza rinunciare ai colori pastello

da Lapresse

Propongo alla vostra lettura un articolo di Guia Soncini per LINKIESTA.it. A me è piaciuto molto, anzi, forse è stato l’unico a piacermi davvero.

“Questo è un articolo inutile. Cosa dici di Elizabeth Windsor, che è diventata regina per sbaglio giacché il titolare dell’incarico era in balìa delle proprie erezioni e preferì una divorziata al trono; cosa dici di Elisabetta che si è presa un compito non suo e l’ha eseguito così a lungo e per così tante epoche che, quando il suo regno è cominciato, l’inglese più noto alla stampa era il primo ministro in carica, Winston Churchill, e quando è finito i giornali locali erano intenti a occuparsi di Meghan Markle; cosa dici della novantaseienne che il giorno prima di morire si tira su dal letto e va a dare l’incarico al nuovo primo ministro?

Cosa dici di una che di primi ministri ne ha nominati quindici, che ha visto passare qualunque scandalo e conquistato qualunque pubblico, tranne quelli che tenacemente si rifiuteranno di leggerne i coccodrilli giacché, diamine, loro sono persone serie, e quella prima che un capo di Stato era una tizia con l’aspetto da cartone animato vestita in colori pastello?

Quelli irrecuperabilmente ottusi non li convinci, e gli altri di Elisabetta seconda – da un anno vedova, da sempre personaggio perfetto per storielle buffe sulla disperazione degli eredi che non potevano accedere al trono occupato da un’immortale – sanno già tutto.

Ottuse a parte, Elisabetta piaceva a tutte. Alle ventenni perché l’avevano vista, in The Crown, essere come loro non sapevano si potesse essere: ventenne e col senso del dovere. Alle trentenni perché sono convinte che tra lei e Diana abbia vinto la bionda: le concesse i funerali di Stato, se non fu una resa quella. Alle quarantenni perché era l’ultimo baluardo della realpolitik che se ne fotte dei cuoricini e dei sondaggi e può permettersi di capire che no, Meghan Markle non vale lo scostamento di protocollo d’una Diana. Alle cinquantenni, le ultime con un qualche senso della storia, perché era l’ultima istituzione, e ora andrà tutto a puttane. Alle sessantenni perché Camilla non le ha mai convinte, e ora veramente ce la ritroviamo moglie di re? Alle settantenni per i completini pastello. Alle ottantenni perché loro c’erano, quando le regine erano una cosa seria, prima del sistematico sputtanamento della monarchia fornitoci negli ultimi decenni dalla collaborazione tra principesse smaniose e rotocalchi compiacenti. Alle novantenni perché non puoi non tifare per la sopravvivenza d’una tua coetanea: se riceve il primo ministro lei, puoi farcela anche tu a non mancare alla partita di burraco.

La monarchia è un’istituzione retrograda? Certo che sì, ma è anche un’enorme fonte di profitti: il cambio della guardia fuori da Buckingham Palace attira più turisti del Colosseo, i souvenir con le facce dei personaggi della famiglia reale si vendono quanto quelli di Disneyland. Agli americani, con la loro smania d’emanciparsi dal regno, è toccato inventarsi Topolino, per risultare commercialmente altrettanto appetibili. E, anche accantonando l’anima del commercio, solo gli imbecilli pensano che la storia si faccia indicendo referendum, mica tagliando nastri.

La regina era il cascame d’un’istituzione razzista e sessista e sailcielo cos’altro cosista? Questo è già un tema più interessante. Nello spettacolo che ha appena portato a Londra, Chris Rock chiede a Meghan Markle come abbia potuto stupirsi del razzismo di gente che ha praticamente inventato il colonialismo. Lo fa facendo una battuta strana, per chi abbia seguito le dolenze della signora Markle: «Ma non li avevi guglati?».

Chi all’epoca aveva seguito la performance televisiva della signora magari ricorderà che uno dei punti più fantascientifici della sua intervista a Oprah Winfrey fu quello in cui disse che non sapeva niente della famiglia reale perché non aveva mai guglato Harry (l’unica vivente che non gugla la gente con cui va a cena). E d’essere quindi rimasta stravolta alla scoperta che – nonostante fosse la nonna, perdincibacco – Harry doveva inchinarsi al cospetto della regina.

Elizabeth Windsor era quella il cui motto era «mai lamentarsi, mai spiegare, mai scusarsi», e ha fatto in tempo a vedere un mondo in cui queste sono le uniche tre attività che l’umanità consideri irrinunciabili. Ma anche: Elizabeth Windsor ha vissuto cambiamenti del mondo così assoluti che la ventenne che aveva come primo ministro Winston Churchill ha fatto in tempo a diventare una novantenne di fronte alla quale un’attricetta non capisce perché dovrebbe inchinarsi.

Quanto al sessismo, nella casata Windsor non vige la legge salica (ovviamente: altrimenti Elisabetta non sarebbe mai diventata regina e noi oggi parleremmo d’altro). Ma, soprattutto, negli oscuri anni Cinquanta, quando le donne di quel paese che ora pretenderebbe di spiegarci il femminismo (gli Stati Uniti d’America) senza un marito non potevano neppure aprirsi un conto in banca, in quegli anni lì una poco più che ventenne innamorata inglese è abbastanza sicura di sé da dire al marito che no, spiacente, i figli non si chiameranno Mountbatten, perché capotavola è dove mi siedo io, perché l’istituzione viene prima dei generi sessuali, perché non conta chi porta i pantaloni ma chi indossa i brillocchi della corona.

Mica era facile; non lo è neanche adesso: conosco donne nate mezzo secolo dopo Elisabetta che vivono nel terrore di dare un dispiacere al marito al quale poi non tira più se lo contraddici, e per fortuna nessuna di loro eredita un trono, perché chissà che fine ingloriosa farebbe il regno.

Mica era facile, perché non è che sia automatico, per quanto tu sia una donna forte e dotata di carriera, emanciparti dalle dinamiche di genere se sei il genere di ragazza innamorata che ci tiene a non dare un dispiacere al suo uomo. La Thatcher, che non era esattamente una mammola, finiva di governare il paese e correva a cucinare. Mica è facile, quando il desiderio annebbia la ragione.

(Sempre nello spettacolo di Rock, il maestro di cerimonie, Jeff Ross, aveva – ora dovrà cambiarlo – uno strepitoso monologhetto su Elisabetta in cui la di lei immortalità era rappresentata dalla regina, a pecorina, che dice al marito morente: Philip, scopami come fosse il 1939 e avessimo appena colonizzato Barbados. Mi piace pensare che qualcuno gliel’abbia raccontato, alla vegliarda, ed ella di nascosto abbia riso).

Mica era facile, ma era fondamentale, perché il modello femminile che fa come le pare ma senza rinunciare ai colori pastello, il modello che pare uscito da quei poster di Che Guevara sull’essere duri senza perdere la tenerezza, il modello che nasconde il femminismo sotto sette strati di femminilità, quel modello lì – rarissimo allora e ora – è quello che ha più impatto sulle donne più bisognose d’emanciparsi: a influenzare le già militanti siam buone tutte.

Suggerirei quindi di formare, per l’elaborazione del lutto, due file ben ordinate: di qua quelle che sanno che, per l’autodeterminazione femminile, Elisabetta d’Inghilterra ha fatto quanto Raffaella Carrà e più di Emma Bonino; di là quelle che credono nel potere del lamentarsi, dello spiegare, del chiedere scusa.”