Ci sono dei fatti, anche di cronaca, che dovrebbero servire a capire che talvolta il rapporto madre-figlio andrebbe sfrondato da ogni retorica, ed oggettivamente inquadrato in contesti purtroppo anomali e disfunzionali, al di fuori dell’immagine archetipica di maternità solitamente condivisa.

Non so voi, ma io non riesco a capacitarmi di quello che è capitato alla povera Elena del Pozzo, cinque anni, così come qualche anno fa al povero Loris Stival, otto anni, trovati morti per mano delle loro madri, le quali poi hanno tentato anche di farla franca.

Da un lato sento un forte desiderio di chiarezza e giustizia, mentre dall’altro vorrei non sapere, e che quei piccoli angeli, come tanti altri piccoli angeli violati e martoriati, ci avessero usato la misericordia di non metterci di fronte alla bestialità del mondo in cui viviamo.

Non riesco neanche ad immaginare l’abisso disperato in cui precipita una famiglia di fronte a fatti come questo, la mia mente si rifiuta di farlo, tanto che in me come in tutte le altre persone non coinvolte direttamente prevale la necessità di rimuovere, di dimenticare, per non correre il rischio di essere abbattuti da un’onda emotiva troppo grande.

Eppure bisognerebbe tenere gli occhi bene aperti a tutti i livelli, nella speranza che questi fatti non abbiano più a verificarsi.

Anzi, per inciso, vi invito alla lettura di un libro interessante e rivelatore, “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, edito da Giulio Einaudi: una storia di dolore che vede alla base il rapporto sbagliato tra una madre e il suo bambino, ed il gesto disperato di una nonna.

La cronaca oggi, sul fronte delle disfunzionalità dei legami familiari, non ci risparmia niente, abbiamo sentito praticamente di tutto. Madri che uccidono i bambini. Padri che uccidono mogli e figli. Padri che uccidono i figli per punire le madri e viceversa. Madri che uccidono i padri. Padri che stuprano i figli e le figlie. Ex che uccidono ex. Femminicidi. Compagni che uccidono i figli nati da unioni precedenti perché piangono la notte. Madri in depressione post partum che si gettano dalla finestra con i loro neonati. Bimbi abbandonati nei cassonetti. Genitori tossici che non si curano della sicurezza dei figli.

Tutte storie maledette, proliferate attraversando i meandri più oscuri dell’anima con l’immancabile corredo di piccole vittime sacrificali, nate proprio laddove invece dovrebbero originarsi l’amore, la sicurezza e la capacità di essere felici, non senza alcune correità da parte di istutuzioni assenti e di tutele mancanti per il sostegno di famiglie in difficoltà.

E’ inquietante dover constatare che, se è vero ciò che le statistiche dicono e che la cronaca dimostra, la prima causa di morte violenta dei bambini sono i genitori: in 20 anni in Italia circa 500 bambini sono stati vittime di figlicidi, e di questi 6 su 10 sono stati commessi dalle madri.

Sull’argomento molto ho letto e molto è stato scritto sin dall’antichità, come ci dimostra la “Medea” di Euripide, che uccide per gelosia e vendetta i figli avuti da Giasone perché questi aveva contratto matrimonio con una nuova sposa.

Volevo tentare, come del resto tutti, di capire quello che accade nella mente di una madre quando arriva a sopprimere la propria creatura, ma mi limito a riportarvi alcuni passi di un articolo di qualche anno fa scritto da Eretica su Il Fatto Quotidiano.it/BLOG/.

Si tratta di opinioni, certo, però io penso che sia vera la sua tesi di fondo: che proprio il senso esasperato del possesso della prole possa condurre alcune madri ad assassinare i figli.

C’è da riflettere…

“..Si pone l’accento sulle stragi familiari – sostiene Eretica – quando è l’uomo a compierle. Allora si parla di padri molesti, che non accettavano la separazione, violenti, egoisti, possessivi. Quando è la madre a uccidere i figli, invece, si tira fuori il tema della depressione, ponendo uno stigma su una malattia che riguarda tantissime persone che di certo non vanno in giro ad ammazzare i familiari…

…Ciò di cui non si parla è il fatto che i figli sono considerati delle proprietà. A spingere gli assassini, donne o uomini che siano, a commettere delitti o a progettare suicidi, non senza aver pensato di trascinare con sé i figli, è una cultura del possesso che non saprei definire in altro modo…

Il punto è che i figli diventano un’arma di ricatto durante i litigi tra coniugi, nelle separazioni, nei momenti più duri delle vite di questi adulti drammaticamente egoisti. Vengono considerati oggetto di nostre decisioni…

…Si tratta di una faccenda che mette in discussione la teoria secondo la quale sono solo gli uomini, per natura, a compiere certi delitti, mentre le donne, così empatiche e materne, sfuggirebbero al controllo solo se molto malate o vittime di chissà quale atroce destino.

Dunque gli uomini che uccidono, e poi si suicidano, sarebbero dei bruti che lucidamente compiono delitti avendo un ghigno feroce stampato in faccia e godendo di azioni sadiche. Le donne invece, anche quando ammazzano, restano in una zona rimossa, pietosa e compassionevole, in cui non le si considera come esseri umani in grado di sbagliare. Anzi: quando si parla di donne che uccidono i figli se ne parla come di mostri, perché mancherebbero delle magnifiche qualità intrinseche a tutte le donne o sarebbero delle creature aureolate corrotte…

…La mamma è sempre la mamma e non si può parlarne male, non si può ragionare di prevenzione per evitare delitti che producono vittime su vittime…

E’ tutto ok. Il punto è che quelle donne che hanno bisogno di aiuto per vivere meglio e per non commettere un delitto, come faranno a capire, chiedere, trovare luoghi di ascolto, se quel che si dice di loro è che sono sempre vittime o, altrimenti, che non corrispondono neppure al profilo della perfetta donna che tanto piace alla patria?

La domanda alla fine è di rigore: son tutte belle le mamme del mondo?

La mia risposta è politicamente scorretta, nettamente in contrasto con la retorica e il luogo comune, ma no, le mamme del mondo non sono tutte belle.

Insomma, come abbiamo avuto modo di constatare, si tratta di madri-padrone che, a parte i loro problemi irrisolti, si sentono arbitre di tutto; che, consapevolmente o meno, sulla vita dei figli rivendicano diritti che in realtà non possiedono, pur disponendo per contro di altissimi poteri decisionali.

Badate che non sto parlando solo dei casi criminali, ché quelli, pur nella loro tremenda evidenza, sono da considerarsi fortunatamente non comuni.

Qui si parla dell’errore quotidiano, sistematico, silente, con cui tante mamme distruggono giorno dopo giorno la personalità e l’autostima dei propri figli, e ne impoveriscono il mondo affettivo pronunciando sempre la stessa frase fatta: “sono la madre, è un mio diritto fare così.

Che una madre, specialmente di un bimbo piccolo, debba per lui effettuare delle scelte volte al suo bene, è lapalissiano, ma davvero dobbiamo considerarla infallibile? E tale alto livello di discrezionalità è veramente un diritto acquisito?

Ecco, io credo che fare delle scelte per il bene dei propri bambini sia non un diritto ma un dovere, non una libertà ma un obbligo, dunque qualcosa di radicalmente differente.

Essere la mamma non necessariamente ci ha fatto fare o ci fa fare le cose giuste, ma purtroppo viviamo in una società in cui la maternità è ancora avvolta dalla nebbia fastidiosa e soffocante del romanticismo, in cui le mamme saprebbero sempre, per istinto, cosa è giusto per i propri figli (magari fosse vero!); fanno sempre le scelte più opportune per loro; sono tutte sante e buone, gli angeli del focolare.

E dunque diamo giù il più duro possibile: la mamma soltanto ha il diritto di decidere cosa far mangiare al proprio bambino, chi fargli frequentare, chi deve amare e chi deve odiare (fin troppo ovvio riflesso del mondo affettivo materno), con che giocattoli deve giocare, quali e quanti indumenti deve indossare, dove e con chi deve festeggiare i compleanni e il Natale o trascorrere le vacanze, quando, come dice Vittorino Andreoli nel libro “Ma siamo matti. Un paese sospeso tra normalità e follia” (Rizzoli 2016), deve fare la cacchina e quanta deve farne, a che età deve stare seduto da solo, mettere i dentini, dire le prime parole, fare i primi passi e mandare a cagare qualcuno. In poche righe ho ripetuto 8 volte la parola “deve” senza neanche dire tutto.

Diritto, dicevamo? Diritto? Tutti questi spropositi sarebbero diritti?

E’ da questi “diritti” che poi nasce l’idea del bambino oggetto, del quale una madre può fare qualunque cosa. Anche ucciderlo.

E più spesso di quanto si creda non si tratta di condotte aberranti dovute a disturbi psichiatrici bensì all’odio ed alla pura volontà di fare del male a qualcuno.

Ci rassicurerebbe tanto avere la certezza che una madre assassina sia sempre una persona malata e incapace di intendere e di volere, perché questo non colliderebbe con la nostra cultura che assegna alla mamma una posizione appena un po’ più in basso della Vergine Maria.

Nei fatti dobbiamo purtroppo prendere coscienza che esistono anche madri che, pur senza essere malate, sono anaffettive, egoiste, inaccudenti, inadatte, cattive, rancorose, gelose, malefiche, deviate, criminali, e che non esitano a macchiarsi le mani col sangue indelebile dei loro figli.

 E se davvero non sono casi psichiatrici, per questi delitti devono pagare.