“Il Lonfo non vaterca né gluisce /e molto raramente barigatta, / ma quando soffia il bego a bisce bisce /sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna / arrafferia malversa e sofolenta! / Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna / se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto / che bete e zugghia e fonca nei trombazzi / fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi / gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto / t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi”.

Questo sonetto di Fosco Maraini, reso poi celeberrimo dall’interpretazione del grande Gigi Proietti, senza che nessuno glie lo chiedesse fu imparato a memoria e recitato dal mio nipotino quando aveva 4 anni. Ci fece smazzare dalle risate, tant’è che ogni tre per due gli chiedevamo di ripetere la performance, anche per telefono, e il risultato era sempre di un’ilarità incontenibile.

Il testo è un esempio di metasemantica, in cui sono state utilizzate parole senza significato ma dai suoni tipici della lingua italiana, di cui conserva inoltre le regole sintattiche e grammaticali.

Che significa? Che possiamo anche cercare di dare un senso alle parole basandoci sul loro suono talvolta evocativo e onomatopeico, oppure sulla posizione che occupano nella frase, però il significato attribuito sarà sempre assolutamente personale.

Bon. Quello che volevo veramente dire è che in questi giorni, quando nei media si parla della guerra in Ucraina, mi sembra di assistere a delle analoghe acrobazie verbali. Col favore delle forze politiche in gioco, alcune più canaglia di altre, che costruiscono a tavolino il bias cognitivo, ognuno è indotto a vedere le cose in base a quello che crede, interpreta quello che vede secondo quello che pensa o è stato indotto a pensare, e l’attribuzione dei significati è sempre arbitraria. Solo che, a differenza di quando il mio nipotino recitava la poesia del Lonfo, la cosa non fa ridere nessuno.

Questo fenomeno ha un nome: si chiama post verità.

E’ quello che da più parti viene definito come “la morte della verità”, in cui il credere è molto più importante del sapere, come detto ne Il Giornale.it, Dalla Bibbia alla post verità vale più il credere del sapere, 30 agosto 2018 ( https://amp.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html ). Non importano i fatti, non importano le prove certe, non importa l’oggettività, quello che importa è che la realtà si adegui ad un prestabilito sistema dei valori e ne costituisca l’assioma. E’ come asserire che la terra è piatta quando non mancano certo le prove del contrario. E’ come dire che le immagini degli effetti del bombardamento sull’ospedale pediatrico di Mariupol siano state scene allestite da attori per mettere in cattiva luce la Russia (stavo per scrivere Unione Sovietica…ma ci sarà poi tanta differenza?). E’come dire che il Covid non esiste e che i vaccini sono fatti col materiale genetico dei feti abortiti.

La post verità è madre, o sorella, delle fake news, enormemente incrementate dalla circolazione digitale e disintermediata delle notizie; non è un’invenzione di questi giorni, certo, ma è da sempre nemica della democrazia, perché un mondo in cui l’informazione è manipolata non può dirsi libero. Di recente il Washington Post ha citato una vecchia intervista ad Hanna Harendt, in cui l’esperta politologa di origine ebrea, rifugiatasi negli USA durante il nazismo, asseriva “Se tutti mentono, la conseguenza non è che non crederai alle menzogne, ma piuttosto che nessuno crederà più a nulla…Quando questo accade, le persone perdono la capacità non solo di agire, ma anche di giudicare e pensare. E’ con questo tipo di persone che puoi permetterti di fare quello che vuoi”.

Se poi andiamo nello specifico della guerra in Ucraina, si è detto a più voci che questo, oltre ad essere un conflitto militare, è anche uno scontro mediatico all’ultimo sangue, in cui viene lasciato largo spazio alla disinformazione, che crea un vero e proprio “caos informativo”, mette in discussione “il rapporto tra vero e falso e l’autorevolezza dei giornalisti” tramite “l’emergere di forme narrative inedite, caratterizzate da una sostanziale opacità  tra vero, falso e verosimile”  ed impone infine delle nuove sfide al giornalismo a fronte di un “inquinamento dell’informazione” mai visto a questi livelli.(https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-giornalismo-della-post-verità-gli-effetti-di-digitale-sulla-qualità-dell’informazione/ ).

Come possiamo difenderci da questi continui tentativi di manipolazione?

Ovviamente, in primis, assumendo una piena coscienza dell’esistenza del problema, che è già una gran cosa, e poi seguendo delle regole di base quando ci avviciniamo alle fonti giornalistiche, come indicato per esempio nel post “8 Mosse per difendersi dalle fake news” in Havaslife.it. Non dimenticandoci mai di deporre noi per primi le armi improprie delle nostre idee preconcette.

Certo, così anche solo leggere un articolo di giornale diventa un lavoro, ma bisogna sforzarsi di riuscirci, no?

Almeno noi, qui, ora, possiamo ancora farlo…