Oh, perfetto!

Ora che ne abbiamo dette tante, ritengo che sia arrivato il momento di iniziare a costruire per trovare la strada della saggezza. Sarebbe anche ora, no?

Nonostante l’imperversare continuo di criticità e di problemi a svariati livelli, sarebbe il momento di approfondire certe analisi per imparare a non soccombere ad essi bensì a trovare percorsi mentali alternativi o, quanto meno, ad adottare delle efficaci condotte di evitamento.

Da qui in poi l’argomentare passa necessariamente dal particolare al generale, ed include non realtà specificamente personali, bensì il mondo relazionale nel suo insieme.

Per raggiungere questo ambizioso traguardo bisogna dotarsi di un’arma grandiosa, cioè di una bella filosofia, quindi nessuno si stupisca se io lo faccio iniziando dai miei pensieri strani e dalla mia recente deriva verso le cose inspiegabili…

Forse a causa della recente conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali ipotizzate un secolo fa da Einstein, forse a causa dei mutamenti della vita, forse a causa della ricerca di una maggiore saggezza, sto riflettendo su un argomento del quale, se tutti presumono di sapere qualcosa, in realtà nessuno sa niente: il tempo.

E’ una parola usata, abusata, impropriamente data per scontata, ma alla fine ho capito che è un po’ come Babbo Natale: il fatto che se ne parli non significa necessariamente che esista davvero. Nessuna parola come questa evoca paradossi tanto stupefacenti.

Per esempio se una persona ci chiedesse che ore sono e noi le rispondessimo che sono le 16.30, difficilmente ci renderemmo conto che nel momento in cui diciamo l’ora questa è già passata. Altrettanto difficilmente ci fermiamo a riflettere su quanto gli stati d’animo influiscano sulla nostra percezione del tempo: capita per esempio, se siamo impazienti, di avere l’impressione che il tempo sia estremamente lungo, oppure al contrario, se siamo felici, che il tempo voli.

Pare addirittura, secondo Claudia Hammond, scrittrice e psicologa inglese, che ci sia una correlazione tra alcune malattie come la depressione e la sensazione individuale della velocità dello scorrere del tempo (C. Hammond, Il mistero della percezione del tempo, Einaudi 2013).

Dopo aver letto il libro, per quello che mi concerne, mi sto convincendo che il tempo sia veramente un’illusione.

Eppure non potremmo mai vivere nel mondo che abbiamo costruito senza misurare il tempo e tenerne conto: non sarebbe possibile viaggiare, lavorare, incontrarsi, condurre una vita di reazione. Il fatto è che, senza rendercene conto, attribuiamo a quei giri di lancette sul quadrante dei nostri orologi una concretezza che non possono avere, perché in verità la misura del tempo non è il tempo.

Il tempo, come dice l’autrice, non scorre, semplicemente è.

Siamo inoltre abituati a suddividere il tempo della vita in tre parti: il passato, il presente ed il futuro, ma ancora una volta mi domando: quanto di questo è reale? Il passato non è più, il futuro non è ancora e il presente scorre in un nanosecondo.

Non mi addentro nel discorso della fisica quantistica perché proprio non potrei, ma secondo me per quanto concerne le nostre vite il tempo come categoria esiste solo nella nostra testa, ed è un espediente della nostra mente volto a conferire ordine al disordine, un sistema per impedire che le cose “accadano tutte insieme”, semplicemente un modus di catalogazione e di archiviazione di utilità pratica, ma non una realtà assoluta.

Insomma una scienza “bibliografica”, non una scienza umana.

Però noi nasciamo, cresciamo, proviamo emozioni e sentimenti, gioie infinite ed infiniti dispiaceri, affrontiamo problemi, ci relazioniamo con i nostri simili, ci ammaliamo, ci troviamo di fronte ad ostacoli talora insormontabili, sperimentiamo decolli e tracolli, insomma testiamo il nostro perenne cambiamento che si interseca con il perenne cambiamento degli altri e del mondo che ci circonda, che fa sì che la nostra persona e la nostra vita di oggi siano diverse da quelle di ieri o di domani in virtù di infinite variazioni.

Questo è reale. Questa è la storia senza tempo ma affatto pietrificata delle nostre sconfitte e delle nostre vittorie. Questo è il nostro respiro, il battito del nostro cuore, il nostro riso e il nostro pianto, il nostro ricevere e dare la vita, il nostro pensiero, le nostre ansie, le nostre paure, la nostra carne, il nostro sangue e la nostra anima. Non i minuti, o le ore, o gli anni, che sono cose irreali a cui abbiamo dato un nome per renderci l’esistenza più comprensibile e gestibile.

Noi viviamo dentro i meandri dell’eternità, come l’inconsapevole farfalla del poeta indiano Rabindranath Tagore, la quale “non conta mesi ma momenti, e ha tempo a sufficienza”.

Queste constatazioni in un primo momento mi hanno fatto sentire disorientata, addirittura sul punto di dubitare della realtà stessa della realtà, poi invece, a conti fatti, mi hanno suggerito come affrontare la vita. Vi spiego.

La vera essenza della nostra esistenza non sta nella misura del tempo, bensì nel cambiamento e nell’interazione. Restare ancorati al passato, o nutrire ansie per il futuro, è come fondare la propria vita sul niente. Dal passato posso avere imparato, per il futuro posso progettare, ma di una cosa devo essere certa: niente resterà mai eguale se non nell’antitesi della vita stessa, cioè la morte.

E allora? Allora tutto, istante per istante, può essere rivisto, revisionato, riconsiderato, rivoluzionato, in una emozionante prospettiva piena di opportunità. Tutto si può accettare o rifiutare per quello che è e mai più per quello che è stato. Si può sognare, si può progredire, si può imparare, si può sperimentare, si può comprendere e perdonare, e si può star bene anche con qualche vuoto nel cuore, come quello lasciato dall’ultimo uccellino che vola via dal tuo nido per inseguire la sua vita, lontano da te ma con la gioia e la decisione della sua giovinezza, e ovunque con il conforto del tuo amore. Alla nostra età accade anche questo.

Ma torniamo a noi. I nostri rapporti interpersonali spesso sono congelati in tempi e situazioni che, pur non sussistendo più, continuano ad improntare l’opinione passata, presente e futura che abbiamo degli altri. Voglio dire che la persona che ieri ti ha arrecato un’offesa oggi potrebbe essere una persona diversa, potresti essere diverso anche tu e in grado di interagire in modo diverso, e dunque pur meritando la situazione di essere rivalutata, non lo facciamo quasi mai perché i nostri giudizi sono “per sempre” e abbiamo troppa pigrizia mentale per provarci veramente.

Le etichette di cattivo, antipatico, egoista, egocentrico, bugiardo ecc, così come i loro contrari, a volte restano indelebilmente appiccicate alle persone immotivatamente e per tutta la vita, come se nessuno cambiasse mai. Invece, oh se si cambia!

Alla fine ho acquisito una visuale molto dinamica dei rapporti umani, per cui mi riesce davvero difficile pensare che nella vita ci possa mai essere veramente qualcosa di definitivo, nel bene o nel male.

Io ho capito che si cambia, cambiano le nostre opinioni e le nostre prospettive, dunque possono cambiare anche le nostre relazioni. Per stare bene con noi stesse stesse e con gli altri dobbiamo quindi avere il buon senso di evitare di valutare le persone in base a quello che hanno fatto magari 10 anni fa. Se possibile, dobbiamo riuscire a dimenticare il passato remoto ed a vivere nel presente, anche se ci riserviamo la facoltà di cambiare idea, perché cambiare idea non è poi così male, se ci sono delle buone ragioni per farlo.