In questo contesto autunnale, con le giornate brevi e spesso grigie (e che autunno, ancora una volta spaventati per la pandemia di nuovo in agguato!) mi sono rispecchiata in pieno nell’articolo pubblicato dall’ottima Annamaria Testa, “La gran voglia di tirare i remi in barca”, pubblicato su “Internazionale” il 18 novembre scorso (https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/11/18/illanguidimento).

Ecco l’incipit: “Piove. Fa freddo. Anche oggi il cielo ha l’inconfondibile sfumatura biancoverdastra di una mozzarella andata a male. A metà pomeriggio, cioè praticamente subito, sarà buio. E l’unica cosa che vorrei davvero fare adesso è infilarmi sotto un piumone con una scorta di libri gialli e riemergere solo dopo aver sciolto ogni enigma e scovato tutti gli assassini.”

Ebbene sì, lo confesso, questa cosa di mettermi sotto il piumone con i miei libri preferiti in questi giorni la desidero spesso, e quando le circostanze me lo consentono lo faccio davvero: sentirmi al morbido, al caldo, fuori dal mondo e dalla mischia, libera di leggere tutto il tempo che voglio, mi fa bene. E quando si fa ora di cena e l’ex suocero imperfetto comincia a farsi nervoso perché in tavola non c’è niente, ordino due belle pizze margherita e via…

Secondo lo psicologo americano Adam Grant sembra che siamo in molti in questo complesso periodo a trovarci in un particolare stato d’animo, l’illanguidimento (languishing): difficoltà di concentrazione, mancanza di entusiasmo, fare le cose a vuoto giusto per farle…

Non si tratta di esaurimento, non si tratta di depressione né di vero disagio psichico, ma di un senso “di stagnazione e di fatica”. In parole povere, stiamo parlando di “assenza di benessere”, distante allo stesso modo sia dall’entusiasmo che dal vero e proprio malessere…

L’autrice dell’articolo, ed io sono d’accordo, sostiene che quando ci sentiamo così è inutile cercare di reagire: l’unica è assecondare il mood e lasciarsi andare.

Inutile voler essere performanti a tutti i costi. Coraggioso, invece, ammettere di non farcela, e di non volersi sempre assoggettare all’imperativo di ciò che “si deve”. In questo modo diamo di noi un’immagine difettosa, perdente? Sì, ma alla fine sti cavoli!

“È la great resignation, la grande rinuncia: quella che negli Stati Uniti sta coinvolgendo lavori e matrimoni, social network e abitazioni urbane. Le persone, semplicemente, ripensano alle loro carriere, alle loro condizioni di lavoro, alla propria situazione affettiva, agli obiettivi a lungo termine. E tirano i remi in barca, con l’intenzione di andare alla ricerca di equilibri diversi e migliori”, dice la Testa.

Il primo vantaggio sarebbe quello di smettere di portare avanti progetti non più ritenuti validi solo perché fino ad oggi mi sono costati tanto in termini di impiego di risorse personali ( sarebbe come “andare a vedere uno spettacolo che non mi interessa solo perché ho già pagato il biglietto” sprecando malamente il mio tempo senza però recuperare il costo iniziale); il secondo consisterebbe nel poter dedicare a nuovi progetti il tempo recuperato dall’abbandono di quelli ritenuti ormai inutili.

“Dunque, se scegliere qualcosa coincide sempre con il rinunciare a qualcos’altro, abbandonare quel qualcosa può coincidere con il procurarsi qualcos’altro, che potrebbe anche avere un valore maggiore per noi, specie se consideriamo che anche il nostro tempo è una risorsa scarsa”.

La vita è poca, ragazze, ed il messaggio è questo: perseveriamo solo laddove valga la pena, solo per le cose che contano e che vanno ancora bene. Perseverare, persistere “non dev’essere … un automatismo dipendente dall’approvazione sociale, o dall’abitudine, o dal timore di affrontare l’incertezza e la dose di rischio che sono fatalmente connesse con il cambiamento”, bensì una scelta ed un dispendio di energie oculati.

Illanguidiamoci dunque tutte le volte che vogliamo, progettiamo nuove cose e cominciamo davvero a fare solo ciò che è importante. Ok?