Durante le vacanze ho incontrato la giovane (ma non giovanissima, diciamo 30+) figlia di una mia amica, la quale non vuole sentire ragioni: con ‘sta pandemia e le relative restrizioni abbiamo rotto le scatole tutti ed a tutti i livelli, soprattutto perché stiamo depauperando la sua generazione del presente (libertà di uscire e di incontrarsi o di fare il cavolo che ognuno vuole) e del futuro (crisi economica e mancanza di posti di lavoro).

Qualche giorno fa ho visto in un tg alcuni studenti che stavano protestando per la mancata riapertura delle scuole e che esibivano uno striscione con su scritto “Giovani a scuola e anziani a casa!”.

Per carità, noi a casa ci stiamo, anche perché abbiamo una certa paura, ma queste due cose mi hanno fatto un po’ male perché in qualità di 60+ mi sono sentita accusata dei mali del mondo: come se fossi stata io, insieme con le persone che come me sono diversamente giovani, ad aver inventato la pandemia e ad aver sacrificato per il mio egoismo generazionale la libertà dei più giovani di uscire e di andare a scuola.

Questo diffuso risentimento, che fa il paio con le affermazioni della prima ora, quando si diceva dei morti per covid “era anziano ed aveva malattie pregresse” come per dire che in fondo non era morto nessuno, mi chiama e mi interroga, e davvero mi addolora tanto.

Ai giovani ed ai ragazzi vorrei dire: “ Ehi, siamo noi, i vostri genitori, i vostri nonni, quelli che vi hanno tenuti in braccio e che tanto vi amano, quelli che vi aiutano, quelli che darebbero senza esitare la vita per voi (e non è retorica). Possibile che le nostre esistenze siano per voi tanto miserrime e valgano tanto poco? Possibile che dopo essere stati con i vostri amici o aver partecipato alle feste o fatto shopping, cose che considerate un diritto inalienabile di discendenza divina, possiate tornare beatamente a casa e metterci tanto in pericolo?”.

Io non ci posso credere.

Piuttosto credo che esista una specie di sottocultura, proclamata ed enfatizzata soprattutto dai social, che acuisce la portata dei contrasti intergenerazionali e che, almeno nei paesi occidentali, attribuisce in toto alla parte più vecchia della popolazione tutti gli errori e gli orrori esistenti, anche se per fortuna non si può generalizzare e ci sono tanti figli e nipoti che rispettano le regole e la vita dei loro cari.

Si chiama ageismo e mina le fondamenta della solidarietà familiare e sociale.

Forse, sia pure con le migliori intenzioni, i primi cattivi maestri siamo stati noi, e se col trascorrere degli anni l’anziano è visto sempre più come una zavorra, un impedimento, un niente che cammina e che consuma risorse che invece si dovrebbero destinare a chi almeno ha un futuro, abbiamo fallito in pieno, dobbiamo prenderne atto e dove fosse ancora possibile dovremmo fare ammenda perché certi mostri li abbiamo creati noi stessi.

Forse in alcuni casi pagando i mutui, riempiendo le dispense, tenendo i bambini, pagando le vacanze, comprando i motorini, offrendo la scuola di ballo o di violino, ”allungando” le paghette sottobanco, provvedendo agli apparecchietti per i denti ed ai soldi per la pizza, lasciando che tutti potessero inseguire i loro sogni ed i loro svaghi senza dover rinunciare a niente, non abbiamo fatto il bene di nessuno. Perché alla fine, come la vita ci ha insegnato, niente ha veramente valore se non è ottenuto con le proprie forze.

Tornando alla pandemia, ora è come se ce ne fossero due, nettamente distinte:

  1. Quella dei giovani: che sarà mai sto covid? I miei amici l’hanno preso e non è che siano stati tanto male. Un po’ di mal di gola, qualche linea di febbre, e per alcuni non c’è stato nemmeno quello. Ma basta! Fateci uscire, fateci tornare a fare la nostra vita e smettetela di fracassarci il cervello con queste mascherine!
  2. Quella agée: mettiamo la mascherina, stiamo il più possibile a casa, limitiamo i contatti sociali o familiari, tocchiamo il fondo del nostro isolamento e aspettiamo che ci chiamino per il vaccino…

Eppure il virus è uno solo, non cambia secondo l’età di chi lo prende, anche se poi a morire non è detto che si debba per forza essere ultraottantenni… le cronache sono piene di esempi… Si muore e basta.

Ma immaginate lo scenario contrario, che per bontà divina ci è stato risparmiato (grazie, grazie, grazie!): se fossero stati i ragazzi il target preferito del covid, se fossero stati loro la gran parte dei 78.394 (dico settantottomilatrecentonovantaquattro) morti ad oggi, noi tutti saremmo più che disperati, saremmo dilaniati, saremmo ormai senza speranze e senza gioia.

Non avremmo accusato nessuno di privarci della nostra vita e della nostra libertà, ma semplicemente non avremmo più saputo che farcene.

Ma si sa, siamo cresciuti in un’altra epoca, ci sono state insegnate cose diverse, e nulla sappiamo del diritto assoluto di andare in discoteca quando e dove si voglia, perché una serata di baldoria e di sballo non ha mai un prezzo troppo alto…

E’ con tristezza che scrivo queste cose. I miei nipotini per il momento sono ancora piccoli, io non potrò vederli quando saranno uomini e non saprò che uomini saranno, ma mi spezzerebbe il cuore dover constatare in loro indifferenza o superficialità, anche se la pandemia, come si spera, diventerà solo un ricordo ed un monito, e nonna Marianna alla fine sarà solo un’immagine racchiusa in una cornice d’argento…

Sì, sono triste, sono preoccupata, sono dispiaciuta, sono abbattuta, in questi scenari pandemici certi giorni non vedo neanche un motivo per alzarmi dal letto e vivere la vita, ed ho smesso di fingere di essere forte: la solitudine e l’isolamento se non altro ci permettono di poterci leccare le ferite in pace.

Qualcuno dice che bisogna toccare il fondo per poter risalire…

Scusatemi se vi ho rattristato. Scritto col cuore.