Non penso di essere la sola, ma in questi tempi di pandemia, nella speranza di evadere dai brutti pensieri che ci affliggono, passo un po’ più di tempo davanti alla tv, e come ben sapete ciò che in questo momento mi attira maggiormente sono le serie, soprattutto perché sul digitale ve ne sono di belle e inoltre posso vedere tutti insieme gli episodi che desidero, senza dover aspettare il giorno o la settimana seguente.

Ce n’è un’offerta infinita, basta solo cercare quello che piace.

Dopo  “The good wife” e “La meravigliosa Signora Meisel”, passando per “Little fires everywere” (tutti su Amazon prime e molto consigliabili), sono approdata su Rai Play dove ho scoperto una bellissima serie intitolata “Il Paradiso delle Signore”.

Credo che sia da considerarsi a pieno titolo la Downton Abbey italiana.

Siamo a Milano negli anni tra i ’50 e i ’60: quelli del boom economico, dell’entusiasmo per il futuro, del lavoro delle donne, del cinema, della televisione, del Festival di S.Remo, di Fausto Coppi e della Dama Bianca, della radio e del giradischi, dei giovani che dopo il disastro della guerra ricominciano a credere nei loro sogni, dei palazzinari e degli speculatori dalle mani sporche e dalle anime nere, della finanza rapace e del mondo nuovo dell’imprenditoria.

In questa Milano così eclettica e vitale dove tutti trovano una possibilità, melting pot di vecchie e nuove idee, viene aperto un grande magazzino di abbigliamento femminile, appunto “Il Paradiso delle Signore”, che realizza l’obiettivo della distribuzione di massa offrendo a tutte le donne la possibilità di essere eleganti anche a prezzi popolari. Come? Grazie alle dirigenze illuminate di Pietro Mori (Giuseppe Zeno) e di Vittorio Conti (Alessandro Tersigni), nonché alle nuovissime tecniche di marketing di stampo americano.

Dal Sud e dalla provincia arrivano ondate di emigranti in cerca di lavoro, di riscatto sociale e di nuove opportunità, mentre la Milano “bene”, fatta di nobili potenti famiglie e di banchieri privi di scrupoli come Carlo Mandelli( Corrado Tedeschi) e Umberto Guarnieri (Roberto Farnesi), chiusa a riccio nei suoi privilegi sociali e nella sua ricchezza, dai palazzi cittadini e dalle ville di campagna guarda il mutare dei tempi con un sopracciglio alzato, e tratta i nuovi arrivati con sufficienza se non addirittura con disprezzo.

Eppure da questi due mondi contrapposti nasce pian piano una nuova cultura lavorativa e imprenditoriale che premia lo spirito di iniziativa e l’intelligenza, e che accoglie proficuamente innovazioni e nuovi modelli.

La distanza tra il vetusto ceto dominante, chiuso e snob, ricco non solo di denaro ma anche di scheletri negli armadi ed irrimediabilmente sulla via del tramonto, e quello della nuova impresa che crea lavoro e che promuove il cambiamento, sfuma nel delinearsi di una società sempre meno tradizionalista e sempre più aperta al nuovo.

Dentro o intorno al Paradiso le storyline delle “veneri”, e cioè delle avvenenti commesse che vi lavorano, si intrecciano con quelle di numerosi altri personaggi, di volta in volta sullo sfondo delle case di ringhiera, dei rioni popolari, della Milano da bere, delle sontuose ville e dei circoli esclusivi, e sono tutte storie di amori, misteri, intrighi, vizi e manipolazioni, miseria e nobiltà, perfidia e ingenuità, abiezione e salvezza. Non tutte a lieto fine, s’intende.

La ricerca sociale e le ricostruzioni sono impeccabili, ed il cast è davvero stellare, fatto di attori dalla recitazione magistrale, tanto che farei fatica a citarli tutti. Vorrei solo ricordare alcune figure femminili secondo me memorabili, come la bella Teresa Iorio interpretata da Giusi Buscemi, l’egoista e manipolatrice Andreina Mandelli interpretata da Alice Torriani, la splendida e compassata contessa Adelaide di Sant’Erasmo (Vanessa Gravina), l’umile immigrata siciliana Agnese Amato (Antonella Attili) che lotta per la sua famiglia ed i suoi valori, la dolcissime e infelici capocommesse Clara Mantovani (Christiane Filangieri) e Clelia Calligaris (Enrica Pintore) avvicendatesi nel tempo, la piccoloborghese bugiarda e manipolatrice Silvia Cattaneo (Marta Paola Richeldi)…

Inoltre ho letteralmente adorato gli abiti, le pettinature, gli accessori, il trucco, i gioielli, gli arredi, gli oggetti di modernariato, le canzoni, le automobili, tutti rinvenuti o ricreati con grande amore.

Chissà, sarà perché noi 60+ siamo state bambine proprio in quegli anni, e anche senza saperlo conserviamo nel cuore la foggia degli abiti delle nostre mamme e i motivetti che sentivamo alla radio…

Ragazze, se vi va, guardate qualche episodio. Vi innamorerete subito anche voi e potrete sognare alla grande!