…  Jadis, si je me souviens bien, ma vie était un festin où s’ouvraient tous les cœurs, où tous les vins coulaient…  (…Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un banchetto, in cui ogni cuore s’apriva, in cui vini d’ogni sorta grondavano… ). Arthur Rimbaud, Une saison en enfer,1873

In questi primi giorni di autunno mi sono ricordata della mia predilezione giovanile per i cosiddetti “poeti maledetti”, i cui versi mi sembravano talvolta (e mi sembrano talvolta ancora) così vicini ai miei pensieri.

E’ la stagione che cambia, mirabilmente rappresentata dal foliage della tela di Monet, dipinta nello stesso anno in cui Rimbaud componeva il suo poema, a richiedere quel tanto di malinconico disincanto con cui i nostri occhi guardano la natura che muta e che si predispone alla inesorabile morte invernale, metafora della medesima stagione della vita che prelude all’arrivo delle ombre. La nostra, mie care.

Non a caso la depressione si annida nelle menti delle persone in certi momenti più che in altri: quando finisce il giorno e dà luogo alla sera, quando finisce l’estate e le giornate si fanno più buie più presto, quando si supera il fatidico traguardo dell’età che ci consegna alla parabola discendente…

Riti di passaggio ancestrali ed ineluttabili che si compiono nel silenzio e costano lacrime e sangue…

Ecco perché le parole di Rimbaud mi sembrano quanto mai appropriate per esprimere rimpianto per il “banchetto” della nostra vita. Massimamente ora, amiche care, che le circostanze ci stanno privando del tempo-opportunità che senza la pandemia ciascuna di noi, ciascuna a suo modo, avrebbe avuto.

Tutti hanno perso qualcosa, tutti stanno in qualche modo soffrendo, eppure, forse a torto, mi viene da pensare che noi 60+ un po’ di più…

Il nostro tempo è prezioso perché è poco, ma la nostra voce non si sente bene perché nessuno è disposto a fermarsi a cercare di capire l’anima delle persone che stanno smettendo pian piano di essere giovani e che si ripiegano nei loro pensieri blu, colore che evoca sogno, lontananza, infinito,  nostalgia… Nemmeno i figli, i quali hanno il loro daffare e pensano che se abbiamo tutto quello che serve, tipo cibo-farmaci-tv, e stiamo ragionevolmente bene in salute, non abbiamo nessun diritto di stare lì a scassargli i marroni oltre una certa misura con le nostre paturnie.

Loro non immaginano quale abisso l’isolamento, l’assenza di relazioni, la distanza dagli affetti, la paura del futuro e il dolore per i dolori del mondo stiano scavando dentro di noi, e del resto non potrebbero mai, perché viviamo in un mondo fondamentalmente ageista, che nega alle donne ed agli uomini dalla nostra età in avanti di provare emozioni e sentimenti forti pur invecchiando. Nell’immaginario collettivo la vecchiaia è sinonimo di distanza, di indifferenza, di sereno distacco, di freddo, di gelo bianco, di neve, di immobilità, di assenza, ma noi sappiamo bene, amiche mie, che niente è più lontano dal vero di queste convinzioni.

Nessuno, tra quelli più giovani di noi, riesce davvero ad immaginare quanta poesia e quanta malinconia possano albergare in noi, e quanto possano essere importanti anche le cose più semplici e scontate, proprio quelle che ci stanno mancando in questi tempi difficili.

Del resto perché dovrebbero?

O forse dovrebbero, ma non glie ne importa molto.

O forse glie ne importa, ma non hanno tempo per pensarci.

Non sto facendo la vittima perché non è nel mio stile, sto solo prendendo atto di alcuni dati sotto gli occhi di tutti.

Ci diciamo sempre che l’età non conta, che se vogliamo possiamo essere giovani per sempre, e in fondo in questo c’è del vero, però viviamo indubbiamente in un mondo che ci ignora, o meglio ignora taluni nostri bisogni psicologici in quanto 60+ e in quanto donne. Allora va da sé che dobbiamo essere ancora una volta noi a salvare noi stesse, a capire cosa vogliamo e ad adoperarci per ottenerlo, e per il momento l’obiettivo primario è uno: vivere questa “stagione all’inferno” per quello che è, attingere alle nostre risorse, coltivare la nostra mente, leggere, scrivere, leggerci e scriverci a vicenda, farci più forti di quanto non siamo già, divenire una risorsa per noi stesse e per quelli che ci circondano, e lasciarci traghettare dal flusso delle cose fuori dalle nostre paure e dalle nostre sofferenze personali. Verso una stagione migliore.