Messy bun, capsule collection, tye and dye, slingback, it girl, it bag, tote bag, jumpsuit, mannish, cropped, flared, flat, checked, job, bob, edgy, slip on…

Se non conoscete il significato di tutte queste parole mi dispiace tanto per voi ma siete delle nullità in fatto di moda.

Mi pare di vederle le redazioni del patinato nostrano, copie conformi e subalterne del patinato globale, dove le divinità del glamour, a gambe nude abbronzate anche con 10° sotto zero esterni ma con un bel paio di mules chanel two tones ai piedi, pencil skirt di pelle e blusa mix and match nonché cardigan in cachemire timeless più instagrammato che mai sulle spalle (il tutto non comprato a lacrime e sangue come toccherebbe fare a noi povere mortali ma regalato dalle griffe per fini promozionali in campagne tipo “non possiamo vivere senza”) cercano di educare le masse incolte all’uso del nuovo gergo elaborato nell’università dei social, di quelli che o sei dentro o sei fuori, perché ad esso non esistono alternative “in parole povere”.

I miei contatti con simili riviste, per fortuna, sono limitati alle sedute dal parrucchiere, ma neanche sempre perché di solito mi porto (anzi mi portavo) dietro, nella mia tote bag, il mio fidato kindle. Insomma di mio non ci ho mai speso e non ci spenderei nemmeno 1 centesimo di euro, però abiti ed accessori mi piacciono e mi interessano, per cui seguo di tanto in tanto qualche rubrica o qualche testata on line. Neanche sul web però le cose cambiano: le giornaliste sono quasi sempre le stesse, ed insinuano che un bel paio di texani nuovi di zecca posti accanto al letto e da indossare l’indomani mattina con un total withe dress “ci fa battere il cuore”.

Quanta insostenibile idiozia!

Non sono una che di solito inciampa sull’opportunità o meno dell’uso delle parole straniere nel nostro linguaggio quotidiano, e di fatto spesso ne faccio disinvoltamente uso, però qui si tratta di un vero e proprio gergo: o ti addentri e ti adegui, oppure aria.

Leggo sul dizionario accanto alla parola “gergo”: Lingua speciale di una classe, setta, mestiere o anche di gruppi della malavita – lascio a voi la scelta – che si prefigge, oltre che di favorire l’intimità della comunicazione interna, anche di “chiudere” verso gli estranei.

Temo care amiche 60+ ed anche voi, care giovani amiche ancora lontane dai 60, che siamo di fronte non solo ad una operazione di marketing ma anche ad un esperimento sociologico: creare una nuova classe di consumatori modificati laureati su fb, che con un po’ di illusionismo comunicativo possano credersi elitari, e che sono pescati e poi fidelizzati mediante l’accesso al suddetto gergo da setta segreta.

Del resto la moda è anche un fatto culturale, oltreché di mercato, e se tu convinci le persone che indossando un cropped jeans si distinguono dalla massa, che invece indossa solo jeans dal bordo tagliato e sfilacciato, il gioco è fatto.

Ovviamente, quarantena a parte, il mondo della moda è in crisi, e ormai mette chiaramente in campo la sua autoreferenzialità. Solo che adesso vuole che autoreferenziamo tutti insieme, godendo di riflesso delle luci del grande pantheon posticcio dove sfarfallano milioni, i loro.

Bon, niente di male. Per quello che mi riguarda, data l’impermanenza delle mode nel mondo della moda, va bene anche così, però se qualcuna di noi deve proprio partecipare al gioco, che lo faccia sapendo di che gioco si tratta, ammesso che dopo il covid le cose non cambino. Come diceva Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

L’eleganza però è un’altra cosa, e questo lo sappiamo tutte.

In un primo momento era nelle mie intenzioni fornirvi un glossario con tutte le parole italiane corrispondenti ai termini inglesi che ho citato (ci sono, certo che ci sono!) ma poi, siccome sono dispettosa, ho deciso di non farlo. A voi la scelta: se non siete propriamente delle fashion addicted e la cosa vi intriga, aprite google e cercate come ho fatto io… A presto.