Volevo parlarvi di uno dei miei pittori preferiti, l’americano Edward Hopper, però non ho trovato le parole perché non sono un critico d’arte. Mi è piaciuto invece molto il seguente articolo di Mattia Madonia pubblicato sul sito Youmanist il 14 ottobre 2019 e intitolato “La dimensione onirica e sospesa di Edward Hopper”. Ve lo propongo.

Siamo all’inizio del Novecento. Un ragazzo di belle speranze, pieno di talento e creatività, è costretto ad arrabattarsi per poter coltivare la sua passione. È un pittore alle prime armi uscito dal prestigioso New York Institute of Art, ma per mantenersi accetta un lavoro come illustratore per un’agenzia pubblicitaria, la C. Phillips & Company. Sono tanti i suoi colleghi che sognano di diventare Rembrandt e finiscono a disegnare le copertine di una rivista di cappelli o le pubblicità di uno spazzolino da denti. Lui teme di passare tutta la vita rinchiuso in quell’ufficio, lontano dalle sue tele e dal sogno di esporre i suoi quadri nei più prestigiosi musei del mondo. Sa che è pressoché impossibile venire fuori immacolato da quel mondo di squali, dove l’unica missione è vendere un prodotto. Si sente una prostituta dell’arte, una delle tante. Ha paura di non diventare mai qualcuno.

Quel ragazzo si chiama Edward Hopper.

Hopper capisce di dover allargare i propri orizzonti, così decide di partire per l’Europa per affinare il suo stile, cercare nuove ispirazioni e possibilmente uscire dal mondo della pubblicità. Visita le più grandi capitali del vecchio continente, raggiunge Parigi e lì si ferma. Di solito i pittori emergenti americani si recano nella capitale francese per frequentare un’accademia d’arte; lui preferisce vivere le viscere della città, assaporare ciò che si nasconde nei vicoli dimenticati da Dio, passeggiare lungo la Senna studiando la luce e il suo riflesso sull’acqua. Non è attratto dal clamore creato attorno al nuovo prodigio della sua generazione, Pablo Picasso: preferisce analizzare le opere dell’incisore Charles Meryon. Quando sente di aver assorbito tutti gli stimoli per la sua crescita personale, torna a New York, dove riesce finalmente a partecipare a una mostra presso l’Harmonie Club. Può essere l’occasione della vita, il trampolino di lancio per la sua ascesa artistica. Ma non è ancora il momento. Nemmeno un quadro di Hopper viene venduto, nessuno si accorge di lui ed è costretto a tornare nell’universo della pubblicità. Ci rimarrà per venti lunghi anni.

Intanto il giovane artista alterna pittura e incisione, avvicinandosi sempre di più a uno stile personale, inconfondibile. Capisce che quello che prova – la vita sospesa nell’angoscia dell’attesa – deve riversarsi nelle sue opere. Negli anni Venti qualcosa inizia a muoversi. Hopper diventa membro del Whitney Studio Club, il covo degli artisti indipendenti della città, e qui inizia a farsi notare. In pochi anni, passa dagli schizzi per la pubblicità al ruolo di caposcuola dei realisti americani. Il suo nome circola insieme ai suoi lavori. Nel 1929 si aprono le porte del MoMa di New York per una mostra di gruppo, poi, nel 1933, per la sua prima personale. È fatta. L’eco dell’esplosione di Hopper attraversa l’oceano e non si ferma più.

Da quel momento la sua biografia lascia il posto all’anima pulsante delle sue opere. Il suo matrimonio con un’ex studentessa della New York School of Art, Josephine Verstille Nivison, è rilevante, almeno per il mondo esterno, in funzione del suo lavoro: lei diventa la sua modella per tutte le figure femminili che disegnerà fino alla morte. Lo stesso decesso di Hopper, nel 1967 a 85 anni, rientra nell’iconografia di una vita d’artista: muore nel suo studio, nel luogo della creazione. Rispetto a molti altri pittori nella storia ha potuto godere di sostanziosi riconoscimenti in vita. Ma è quello che ha lasciato a determinare la sua impronta nel futuro. Lui, figlio dell’Ottocento, ha dipinto nel Novecento l’alienazione del Terzo Millennio.

È riduttivo parlare di cifra stilistica quando si tenta un approccio alle opere di Hopper. Di certo il suo tratto distintivo risiede nella capacità di raffigurare la solitudine, e di farlo a prescindere dal soggetto del quadro, che sia un essere umano, la natura o un panorama urbano. Hopper riesce a incastonare un momento. L’eccezionalità sta nella naturalezza con cui certi scenari vengono dipinti: Hopper non usa colori tetri, non disegna creature mostruose o visioni apocalittiche, rappresenta semplicemente la realtà e la sua banalità, eppure è proprio questo che inquieta.

Nei quadri di Hopper sembra che stia sempre per succedere qualcosa, anche quando non succede niente. Come in un racconto di Carver, dove il non detto amplifica la quotidianità, nei suoi dipinti vi è un’implosione interna, non visibile all’occhio umano ma percepibile dall’inconscio. È il ritratto di un’America frammentata, delle strade deserte e degli interni domestici dove i personaggi urlano in silenzio come se avessero la voce per farlo. E la mente di chi osserva non concede una tregua alle domande. A cosa sta pensando la donna seduta al tavolino in “Automat”? Cosa succederà alla coppia in “Stanza a New York”? Cosa sta guardando la donna alla finestra in “Mattina a Cape Cod”? Perché quel pagliaccio in “Sera Blu” si trova seduto accanto a quella gente?

“Sole di mattina”, del 1952, non è soltanto un’abusata foto di copertina su Facebook, ma è l’esaltazione di una solitudine statica, dell’ineluttabilità del tempo che si ripete, giorno dopo giorno, e invade stanze ed esistenze. Il suo negativo, rappresentato dalla notte, è certamente il capolavoro “I nottambuli”. La città deserta, un bar notturno dove tre individui (due uomini e una donna) sono assorti nei loro pensieri, e nemmeno il barista li disturba. La moglie, Josephine, è stata usata come modella per rappresentare la donna, mentre per gli uomini Hopper ha usato se stesso. Qui la solitudine non invade la scena, è piuttosto una diffusione latente, figlia dell’incomunicabilità.

“I nottambuli” è stato omaggiato in ogni modo e in ogni ambito, dal cinema alla letteratura, fino alla pubblicità; Dario Argento ha esplicitamente preso spunto da questo dipinto per la creazione del Blue Bar in Profondo Rosso; Ridley Scott, durante le riprese di Blade Runner, ha mostrato una riproduzione di quest’opera per spiegare al suo team il mood generale del film. Ma non è l’unica opera ad aver ispirato altri artisti: Alfred Hitchcock, per la realizzazione della casa di Psycho, prese come modello il quadro di Hopper “Casa vicino alla ferrovia”. Deve molto a Hopper anche David Lynch. Il dipinto “Benzina”, emblema della periferia americana e del suo isolamento, è stato ripreso per usare gli esterni del Convenience Store di Twin Peaks, e inoltre svariate scene delle filmografia di Lynch ricalcano lo stile delle opere di Hopper per luci, colori e atmosfere. Queste citazioni, veri e propri tributi, dimostrano la potenza estremamente cinematografica dei dipinti di Hopper: i suoi lavori, a primo acchito statici, non sono altro che un fotogramma di una scena in divenire, un momento immortalato nel confluire del tempo.

Hopper ha la capacità di evocare nello spettatore qualcosa di innominabile che sta oltre il dipinto stesso. E quel “qualcosa” è forse proprio la malinconia. Aveva capito prima di tutti la bugia dietro la promessa del sogno americano, del progresso che rende l’uomo indistruttibile, mentre in realtà finisce per allontanarlo dai suoi simili. Un secolo fa. Oggi l’opera di Hopper è ancora attuale e appassiona in tutto il mondo. Dal 26 ottobre il Virginia Museum of Fine Arts di Richmond darà vita alla mostra “Edward Hopper and the American Hotel”, regalando ai visitatori la possibilità di dormire dentro un’opera d’arte dell’artista. Verrà allestito un ambiente tridimensionale identico al dipinto del 1957 Western Motel, per un’esperienza unica nel suo genere. Ai suoi tempi, nell’epoca dell’America forte, della fierezza dopo entrambe le guerre, dei sogni da agguantare e della ricerca della felicità, Hopper si è sempre concentrato sulla nostra solitudine. Dopo tutti questi decenni le crepe del sogno americane sono le stesse.

Molti di questi tempi trovano analogie tra i quadri di Hopper e la quarantena proprio per i suoi vuoti, gli inquietanti stati di attesa e di solitudine, la frequente raffigurazione di un mondo deserto ed architettonicamente essenziale visto da una finestra. Certe analogie le ho colte ed usate anch’io, ma poiché lo conoscevo e lo apprezzavo sin da prima, ora francamente non saprei… Forse non è esatto, come fanno alcuni, dire che Hopper è “il pittore della quarantena”. Forse bisognerebbe dire che Hopper è fra i pittori più amati da quelli che sono in quarantena, perché si sa che la visione di un dipinto genera una sintesi tra la volontà espressiva dell’artista e l’occhio (dunque i sentimenti, le emozioni ed i vissuti) di chi guarda.