Ho letto da qualche parte che questa quarantena ci ha costretti a riflettere seriamente sul problema della gestione della noia, ed è vero, però il suggerimento-panacea che tutti comunemente danno a tutti perché non si cada nel tedio domestico è quello della proattività, così da non aver tempo per pensare.

Fare, fare, fare, incessantemente, per prevenire, per impedire che la mente si inceppi in pensieri sgradevoli e ci faccia sentire infelici. Come se alcune infauste ricette del “prima” potessero funzionare e continuare a dare i loro cattivi frutti anche nel “dopo” covid. Come se il pensare fosse in sé una iattura.

In parte il suggerimento di cui sopra può essere comprensibile, condivisibile forse per la risoluzione di alcuni problemi di tipo pragmatico, ma non è a mio parere risolutivo, poiché prima o poi arriva sempre la resa dei conti, dove siamo costretti a guardare i fatti e ad ammettere che questa quarantena ha modificato il nostro spazio-tempo, ha reindirizzato il corso delle nostre emozioni ed ha chiuso definitivamente un capitolo della nostra storia, per cui numerosi schemi di pensiero sono irrimediabilmente saltati.

Come tutto ciò che accade nella nostra vita, però, nulla è decisamente ed assolutamente un  bene o un male, per cui da una contingenza particolare come quella che il mondo sta vivendo in questi mesi tremendi forse può nascere una nuova consapevolezza dei nostri bisogni reali.

E’ così che ho capito una cosa: la noia, di per sé un’esperienza negativa, può trasformarsi (anche) in ozio, otium alla latina, cioè in un periodo di quiete, di riposo, di rilassamento, di divertimento, di rigenerazione, di conoscenza, di studio e di riflessione.

Noia ed ozio infatti non sono omologhi. E’ la noia ad essere “madre dei vizi”, mentre invece l’ozio è certamente “padre” di una parte importante del benessere della nostra mente.

Consapevole e convinta di ciò, ho cominciato finalmente a non sentirmi in colpa per qualche ora “improduttiva” trascorsa sul divano davanti alla tv, assecondando la mia voglia di svago, di evasione ma anche di bello spettacolo. E’ così che sono stata letteralmente folgorata da una serie televisiva che negli anni passati avevo notato en passant ma che non avevo mai seguito: Downton Abbey.

In una sontuosa e immaginaria dimora in stile gotico dello Yorkshire (ma realmente esistente in Hampshire col nome di Highclare Castle) si alternano e si intrecciano le vicende di Lord Robert e Lady Cora Crowley, conti di Grantham , e delle loro figlie Lady Edith, Lady Mary e Lady Sybil, con quelle della servitù che dai “piani bassi”, operosamente e rispettosamente, consente loro di condurre la vita facile e fastosa cui sono abituati.

Il periodo rappresentato è quello che va dal 1912 ai “Roaring Twenties”, i ruggenti anni 20, sotto il regno di Giorgio V: anni di grandi cambiamenti storici, economici e sociali, soprattutto in seguito alla Grande Guerra.

Sia i Conti di Grantham, snob dal tratto bonario, che la servitù (nel cui ambito letteralmente giganteggia la figura del maggiordomo Charles Carson, simbolo di attaccamento radicato alle tradizioni, alle successioni ed alle distanze sociali) comprendono nel corso dei 52 episodi ripartiti in ben sei stagioni che se i tempi cambiano bisogna cambiare con loro per non soccombere, e lo svolgimento delle diverse storyline dense di amori, intrecci, disgrazie e trionfi, ne è costante testimonianza.

Le nette e tradizionali separazioni tra aristocratici e gente comune man mano sfumano e lasciano aperte possibilità di amicizie e matrimoni, le donne lottano per il diritto di voto e acquisiscono una sempre maggiore consapevolezza di sé, la borghesia impersona a pieno titolo il suo ruolo di forza economica innovatrice, e più largamente si fa strada una nuova coscienza sociale improntata, nelle classi lavoratrici, anche ai principi del socialismo e del sindacalismo.

Per non parlare poi degli attori impareggiabili (come per esempio l’immensa Maggie Smith nel ruolo della Contessa Madre Lady Violet Crowley) che hanno caratterizzato con estrema nitidezza i personaggi; di una regia e di una sceneggiatura magistrali; di dialoghi brillanti ed arguti; di ambientazioni sontuose e di charme; degli esterni di caccia sulla spettacolare e sterminata brughiera inglese; di abiti, gioielli ed automobili favolosamente chic; della per noi inconsueta possibilità di gettare il nostro sguardo indiscreto sulla vita privata di una classe sociale ricca ma  parassitaria, legata alla proprietà terriera ma per definizione aliena da ogni attività produttiva e dunque destinata ad estinguersi. Tutti elementi in grado di spiegare il grande successo di pubblico e di critica che ha accolto la serie.

Io l’ho vista tutta, anche due o tre puntate per volta, e mi è piaciuta moltissimo, tanto da restare dispiaciuta quando gli episodi sono terminati.

Se voi non l’avete fatto, ve la consiglio davvero. E’ a disposizione gratuitamente su Prime Video