In questi giorni di lockdown tutti diciamo e ci sentiamo dire, in modo forse un po’ avulso dalla realtà, che “andrà tutto bene perché siamo un grande popolo“, come se il solo pronunciare questo mantra e l’essere nati al di qua delle Alpi potesse far sì che ogni ottimistica aspettativa alla fine possa per noi concretizzarsi.

Io sono la prima a credere nella grandezza e nella ricchezza di risorse del nostro Paese, tuttavia trovo che in momenti come questo sarebbe necessario non lasciarsi andare all’irrazionalità o alla retorica gratuita ed attenersi ai fatti.

Indubbiamente il pensare positivo e lo spirito patriottico aiutano se non altro a non cadere nella disperazione, ma non per questo il pensare o dire che andrà tutto bene produrrà come conseguenza che andrà tutto bene davvero.

Se ve la devo dire brutalmente, e vi chiedo scusa per questo pensiero divergente, io non credo che andrà tutto bene.

Accadranno, come del resto stanno accadendo, delle cose brutte. Prima che sia trovato e prodotto in congrua quantità un vaccino efficace, molti si ammaleranno e moriranno ancora, il mondo andrà in recessione, ci saranno tensioni sociali e povertà, le popolazioni più deboli della terra soffriranno perdite importanti, e niente sarà più come prima.

Sarebbe tuttavia molto sciocco permettere che quanto ci sta succedendo non incida in positivo sul nostro pensiero: si tradurrebbe fatalmente in un’opportunità persa, un’occasione sprecata, un atto di antieconomia mentale.

Ovviamente abbiamo tutti paura di contagiarci, di ammalarci e di morire, non possiamo negarlo, tuttavia siamo impotenti di fronte alla pandemia, e tale impotenza ingenera in noi un grande senso di frustrazione, ansia, panico.

Prima di essa, negli eccessi di euforia antropocentrica di un mondo globalizzato e tecnologico, o almeno di una parte di esso, eravamo convinti che volere fosse sempre potere, che fossimo tutti faber suae quisquae fortunae, e che chiarezza di intenti, determinazione ed impegno potessero renderci possibile ogni forma di controllo.

TUTTE  BALLE !

Ora che cominciamo ad avere dei seri dubbi sul nostro futuro, ci è ormai chiaro che la nostra vita possiamo controllarla davvero solo in parte.

L’ottimo Oliver Burkeman ha pubblicato ieri sul The Guardian, Regno Unito, un articolo intitolato “Come arrivare ad un nuovo modo di pensare” che fa da eco a queste mie personalissime riflessioni.

Riferendosi alla pandemia da Covid-19, sostiene che “In ogni situazione ci sono cose che possiamo controllare e altre che sfuggono al nostro controllo. Voler controllare a tutti i costi queste ultime produce solo ansia e stress.” E che “Non possiamo impedire la diffusione nel mondo di una malattia, ma possiamo fare molto per impedire che si diffonda tramite noi”.

Ciò sposta inevitabilmente il focus da ciò che ci accade intorno a ciò che siamo capaci di fare per adattare o ri-adattare il pensiero ed i comportamenti al mondo che ci circonda.

In pratica, come dice ancora il nostro Burkeman, “non puoi costringerti a pensare a un nuovo modo di agire, ma puoi agire per arrivare a un nuovo modo di pensare” (e sottolineo la parola agire). Semplice, no?

Se vogliamo, un’altra rivoluzione copernicana.

La vita è piena di cose negative, o almeno di cose che non ci piacciono. Ce ne lamentiamo e ci rimurginiamo sopra di continuo, ma non potendo far nulla per cambiarle cadiamo nello stress, nello sconforto e nella depressione.

E’ l’approccio, ed il pensiero ad esso sotteso, ad essere sbagliato.

Non trovo un lavoro? Non posso farci niente, però posso accrescere la mia preparazione e le mie competenze in modo da acquisire un vantaggio che potrebbe portare a buon fine la mia ricerca di occupazione.

Non sono bella come Miss Universo? Non posso farci niente, però posso fare delle cose per migliorare il mio aspetto.

C’è il Covid-19? Non posso farci niente, però posso restare a casa perché è l’unico concreto contributo che posso dare per limitarne la diffusione.

Mi direte che alla fine il risultato non cambia, che stiamo e per ora restiamo tutti in isolamento sociale, ma non è così: lo stare a casa per tutelare noi stessi e gli altri, e dunque contrastare la pandemia, è un atto positivo, una forma di libertà, una ricerca esistenziale, una pratica di problem solving collettivo, e non (solo) una costrizione.

E’ il rendere noi stessi ed il nostro fare protagonisti della storia personale di ciascuno di noi e della storia del mondo.