Pubblico con grande piacere il post di una delle “inviate speciali” del blog, Nonna Angelina, che vive in Lombardia, regione che prima in Italia ha vissuto il trauma dell’isolamento totale.

Il suo è un messaggio positivo, di energia e di speranza, che credo possa far bene ed essere di esempio. Con grande saggezza, Nonna Angelina ci invita a non lasciarci andare, a restare operosi ed a trovare il modo di dare comunque un senso alla vita difficile di queste settimane. Ve lo “giro”.

Eccomi, sono nonna Angelina, 60+, mamma, nonna, ancora gagliarda e frizzantina, ma dall’ 8 marzo confinata in casa. Abito in Lombardia, alle porte di Milano, e da quel giorno la vita qui è stata stravolta, o forse è meglio dire annullata, per tutti.

All’ inizio quando si cominciava a parlare del virus sono stata come tutti un po’ superficiale, e ho pensato “va beh, è in Cina, è così lontano…”. Guardavo la TV e vedevo le città vuote in Hubei, la gente che girava con le mascherine, e mi dicevo “ma come fanno!”. Ora lo so come si fa.

Nella settimana precedente lo stop, pur con il pericolo imminente del virus, le giornate hanno continuato ad avere più o meno lo stesso andazzo: andavo a fare delle passeggiate al lago sulla ciclabile, vedevo gente che si teneva a distanza ma che si fermava al bar per un caffè, niente di stravolgente. Ero certa che il pericolo sarebbe presto passato.

E invece l’8 marzo ci è arrivata la tegola in testa con il botto.

I primi giorni ero come sospesa in una bolla, incredula che ‘sto virus potesse essere così subdolo e potente, ed ogni mattina appena svegliata il primo pensiero era il cv, un pensiero che mi prendeva lo stomaco e mi toglieva la forza di fare altro. Poi è subentrato il momento dell’angoscia, dell’ansia, ed infine… è arrivata la paura, terribile. La paura di ammalarsi, di esserlo già, ed a ogni starnuto, ad ogni pizzicare in gola, andavo in tilt, ero in paranoia. Però proprio grazie alla paura la mia mente ha cominciato ad accettare la situazione e ad organizzarsi, sì perché nel momento in cui ho accettato la situazione la mia mente ha predisposto le sue difese, ed ho capito che questo dovevo fare altrimenti la depressione mi avrebbe fatta fuori.

Così ho messo in atto un paio di antidoti, come per esempio fare delle cose impegnative per pensare il meno possibile e arrivare a sera stanca ma anche soddisfatta per quanto fatto. Con l’aiuto del mio devoto consorte ho attivato lavori di tinteggiatura con tutto quello che comporta, pulizia accurata di armadi, lavaggio di piatti e piattini, e così la prima settimana è passata, ne sono uscita preoccupata per il protrarsi del virus ma psicologicamente forte.

La situazione si era ribaltata: avevo l’angoscia e il terrore di uscire a fare la spesa, mi sentivo bene solo in casa, ma la spesa era doverosa quindi nelle ore più impensate, tipo mezzanotte, o le sei del mattino, bardata con mascherina, guanti, occhiali, e nel minor tempo possibile, acquistavo l’occorrente per la settimana.

Alla fine mio marito ed io ci siamo organizzati per trovarci ogni giorno dei lavori da fare, e non da ultimo stiamo progettando di fare l’orto, perché visto come si prospetta il futuro e nella consapevolezza che l’epidemia non sarà cosa veloce, l’orto ci terrà impegnati anche in estate.

La sera  è il momento peggiore, una parte di me non vuole vedere i TG,  ma poi non resisto e ascolto le ultime notizie che sono sempre peggio. La conta dei morti, dei contagiati, e quello che succede a Bergamo, città a me vicina, mi fa piangere come una fontana. Tutti quei morti, morti in solitudine, mi tolgono il sonno. Però la fiamma della speranza non mi fa sprofondare, e continuo a guardare in fondo al tunnel per vedere se c’è un po’ di luce.

Il pensiero poi corre ai miei cari, che hanno attività che continuano ad operare perché al servizio del pubblico, e il pensiero che a causa di  una disattenzione sull’ uso dei dispositivi di protezione potrebbero contagiarsi mi manda letteralmente in tilt, e devo mettercela tutta per guardare oltre.

Siamo ancora in piena quarantena, non so quando ne verremo fuori, ma di certo ne usciremo cambiati per sempre… In meglio…spero.