Ho appena terminato di leggere un libro molto bello e interessante, “Una certa età – Per una nuova idea della vecchiaia” del medico e psichiatra Vittorino Andreoli.

L’ho letteralmente “divorato”, come faccio sempre quando una lettura mi coinvolge, e quanto prima dovrò ri-leggerlo per acquisire una visuale più dettagliata dei contenuti, però anche se a caldo ho alcune cose da dire.

Il tema centrale, come si evince anche dal titolo, è quello della vecchiaia, vista non come la fine di tutto o come semplice anticamera della morte, ma come un periodo della vita che può offrire, a chi sappia coglierle, comunque e sempre delle opportunità.

Non è, come qualcuno potrebbe pensare, la storia ridanciana del vecchietto arzillo che si sente innaturalmente giovane e che si lancia giù dalla strada in discesa col monopattino del nipotino ( e magari ha l’alzehimer), è la storia di uomini e donne che col crescere dell’età cercano risposte realistiche alle domande fondamentali dell’esistenza, e possono vivere serenamente la loro “fine vita” solo dopo averle trovate.

Le opportunità della vecchiaia per l’Autore non consistono dunque nel voler rimanere giovani a tutti i costi, non nel voler “sembrare”, bensì nell’ ”essere” intensamente nel presente, anche quando le condizioni del fisico fossero compromesse o ingravescenti, come spesso accade ad una certa età.

La vecchiaia infatti non è vista da Andreoli come una patologia, ma come un periodo che abbiamo il diritto di rivendicare a noi e di assaporare con piaceri semplici, profondi, consapevoli.

Il momento storico che viviamo, per motivi di efficientismo, decreta automatismi secondo i quali per esempio è già stabilito a priori fino a quando si possa continuare lavorare, e magari lo fa in maniera arbitraria, senza tener conto di ciò che i singoli individui pensano di poter ancora offrire alla società in cui vivono.

In aggiunta, i vecchi vengono poi quasi sempre spinti ai margini più lontani e lenti del fiume dell’esistenza, come merce scaduta ormai inservibile, esposti per questo a incessanti rimurginii, ad isolamenti, a ripiegamenti su se stessi e dunque a gravi psicopatologie.

Alcuni tratti del libro mi hanno colpita più di altri, come per esempio la concezione della vita come un continuum e non come un susseguirsi di segmenti staccati, a-storici, in cui il giorno prima una donna o un uomo sono una cosa, ed il giorno dopo, col cambio di età, ne sono un’altra perdendo di valore, un’artificiosità a cui peraltro ci hanno abituati gli studi statistici, sociologici e psicologici nella loro necessità di costituire categorie.

Mi sono piaciute le riflessioni sulla morte, che accompagnano sempre l’anziano, e che devono indurlo alla ri-considerazione di essa non come momento temuto e possibilmente procrastinato dalle cure e dalla medicina, non come zona grigia, ma come momento imprescindibile della vita stessa e suo coronamento.

Mi sono piaciute le parole di gentilezza e di tenerezza per le coppie che ancora in tarda età vivono insieme, e che si completano e si sublimano vicendevolmente.

Mi è piaciuta l’idea che anche i vecchi sognino, che anzi ” debbano” farlo, ma che sa sognare veramente solo chi è anche capace, realisticamente, di adeguare i propri desideri alle proprie possibilità.

Mi è piacjuto il pensiero che la fede, ed un’intensa vita spirituale, possano renderci più resistenti ai mali fisici e mentali, attraverso una ricerca attiva del “bendessere” (non è un errore di battitura, si scrive proprio così), una visione d’insieme della persona “…garantito dal principio scientifico della circolarità, per cui un effetto sul soma si riflette sul cervello e sulla mente e da qui sulle relazioni”.

La scrittura è nel consueto stile Andreoli, e cioè stringata, essenziale, paratattica, adatta alla divulgazione.

L’approccio al problema della vecchiaia è, più che medico o psichiatrico, essenzialmente umanistico ed in qualche misura olistico, in modo da restituire all’uomo ed alla donna anziani concretezza e completezza.

Se vi va, leggetelo, e poi se volete fatemi sapere che ne pensate Abbracci.