In questi giorni ci riesce difficile distogliere la mente dall’epidemia che dilaga nel nostro paese. Basta sintonizzarsi su qualsiasi rete televisiva per assistere a dibattiti fiume sul tema. Ci sono gli ottimisti, i pessimisti, gli scienziati (a volte ottimisti, a volte pessimisti), i virologi, i ricercatori, i politici, le agenzie internazionali, la gente comune…tutti dicono la loro e spesso non è neanche facile orientarsi in tutto il marasma di notizie e di contronotizie che ne viene fuori. Se aggiungiamo a ciò i tweet, i post, i whatsapp che imperversano, dove ognuno asserisce la prima stupidata che gli passa per la testa la mattina, facendo leva su credulità e ignoranza, il quadro come è evidente appare davvero disorientante.

Marianna, non intendendo contribuire ad aumentare questa confusione, vi dà l’unico consiglio possibile, quello di prestare fede solo a fonti autorevoli ed a testate accreditate, nonché al sano vecchio buon senso che ci induce sempre alla prudenza, alla responsabilità ed all’equilibrio.

Ci sono tuttavia due cose che sinceramente non mi sono andate giù, e ve le elenco di seguito.

La prima, sicuramente la più futile delle due, è che le mascherine logate di Fendi, dal costo di 190 euro dico CENTONOVANTA, sono sold out da diversi giorni. E come se fossimo tutti impazziti: va bene indossare la mascherina per difenderci dal coronavirus, però non rinunciamo alla nostra allure e facciamolo con glamour… come dettano gli stilisti, nuovi tiranni del nostro tempo.

Io non so nemmeno se le suddette mascherine possano considerarsi affidabili dal punto di vista sanitario, anche se propendo a credere di no, ma so che sono indubbiamente l’epitome dell’idiozia: in un momento in cui le nostre strutture ospedaliere cominciano ad essere manchevoli dei presìdi necessari per far fronte all’epidemia, non sarebbe stato meglio impiegare quei 190 euro dico CENTONOVANTA (moltiplicati per chissà quante migliaia di inopinati acquisti) per donare mascherine sanitarie vere a chi ne avesse bisogno sul serio? Agli operatori sanitari, per esempio, ai malati, agli immunodepressi, ai pazienti con gravi patologie, agli anziani…

Ah, gli anziani: questa è la seconda cosa di cui volevo parlarvi.

Io non so se noi 60+ possiamo chiamarci “anziane”, ma di certo non possiamo essere definite “giovani”, non dal punto di vista anagrafico.

Ecco, io mi sento trasalire quando i medici, i giornalisti e quanti in questi giorni ci parlano attraverso i media tentano di rassicurarci asserendo che i morti per coronavirus “sono per lo più anziani e con malattie pregresse”.

Il pensiero che i miei figli ed i miei nipoti non appartengano alla categoria dei morituri mi solleva il morale, certo, ma neanche mi fa piacere sapere che gli ultrasessantenni, gli ultrasettantenni ed oltre, morti o in condizioni critiche, debbano in costituire per i più giovani la garanzia rassicurante che stavolta non toccherà a loro. Del resto gli anziani, sembrano dire fra le righe le fonti di informazione, possono pure morire, e se sono ancora vivi se la sono proprio andata cercando.

E’ la logica del disprezzo per la persona e per il dolore che si prova dentro una famiglia quando si perde qualcuno che è caro, qualunque età abbia. E’ la logica che se non servi alla società per fini produttivi e riproduttivi, sei un ramo secco che può anche cadere dall’albero. E’ la logica che in fondo se gli anziani trasmigrassero nell’altro mondo in congruo numero si potrebbero tagliare molti costi sociali.

E’ la logica disumana, giudicatrice, etichettatrice, punitiva e sanzionatoria contro la quale noi 60+ dobbiamo combattere, perché la vita di un uomo o di una donna è una, dalla nascita alla morte, non una serie di segmenti entro cui, a scalare, vigono diritti ed aspettative in proporzione inversa al progredire dell’età.

Ci sarebbe però da chiedersi come tutte queste logiche illogiche possano conciliarsi col fatto che le pensioni dei “vecchietti” d’Italia sono spesso l’unico ammortizzatore sociale per moltissime famiglie in difficoltà. Abbracci a tutte